La Cuba di Alejandro - Disillusione, miseria e cronaca

 

Quattordici giorni di niente dal mio divano, il mio punto di osservazione preferito per vedere che fine sta facendo questa Rivoluzione (conservo la maiuscola per abitudine) già parecchio maltrattata in passato, vilipesa e distrutta da chi l’ha ereditata. Partito Comunista, lo chiamano. Socialismo, dicono. Io non vedo niente di socialista nel distribuire la miseria, nel morire di fame un po’ tutti, mentre pochi vivono da nababbi, sprofondati nel lusso, un po’ come faccio io nel mio divano. E conosciamo volti e nomi di questi pochi, tutta gente vicina al fuoco che si scalda bene, per loro la parola socialismo vale meno, ormai l’abbiamo capito che se tutti gli animali sono uguali, alcuni animali sono più uguali degli altri. L’Avana sta morendo, ripiegata nel niente tropicale, alcuni giorni fa siamo entrati in un frente frio, il termometro ha toccato lo zero, qualcuno ha pensato che potesse persino nevicare. Dicono che una volta sia accaduto - di sicuro prima che nascessi -, un mio vecchio professore conserva la copertina di un giornale con la foto dell’Avana imbiancata. Esco dalla porta della mia casa in Centro Avana, vedo il deserto per strada, manca il combustibile, le auto non viaggiano, solo biciclette (chi ne possiede se le tiene strette) e monopattini scassati, qualcuno cammina a passo svelto verso il posto di lavoro, la solita occupazione assistenziale pagata pochi dollari che non servono a niente. Turisti ce ne sono sempre meno, solo con loro mangiamo, sono la nostra resistenza, altro che le chiacchiere di cabeza blanca, le parole inutili sul nostro orgoglio, tipo Cuba è un simbolo per il mondo intero. Sapete dove posso infilarmelo il vostro simbolo? Non ve lo dico per educazione, compagni comunisti del mondo intero. Magari fossi al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare. Il mio tassì abusivo è fermo da settimane, non ho più benzina, costa prezzi proibitivi, poi anche se facessi rifornimento non saprei chi portarci. Se solo mi chiamassero, se ci fosse un turista, dico uno, sarei disposto anche a fargli visitare il Museo della Rivoluzione, dove espongono la carta igienica che Fidel Castro usò sulla Sierra (credo sporca di merda) e il fazzoletto dove Raúl versò le prime lacrime dopo la vittoria su Batista. Il problema è che non c’è più nessuno, adesso restano solo le nostre lacrime (e la nostra merda) e i nostri fazzoletti son di carta, non interessa conservarli, per non dire della carta igienica che non l’abbiamo mai avuta, tanto non costruiranno mai un museo della disillusione. La spazzatura abbonda, accatastata lungo le avenidas e le calles, nessuno la raccoglie, non abbiamo mezzi per poterlo fare. Le infezioni si diffondono, il puzzo ammorba, mentre annoto sul mio quaderno nero tristi riflessioni, appunti da una Cuba malandata, rassegnata a un tragico destino, incapace di scommettere sul futuro.

20 febbraio 2026

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