La Cuba di Alejandro - Famiglia, scrittura e progetti di fuga

Ieri mi appare in televisione Díaz Canel, cabeza blanca, non mi mettete pressione, dice, adesso trattiamo con Trump. Non mi mettete pressione, razza di cretino? Qui ci manca l’energia elettrica quasi tutto il giorno e non si sa come fare per conservare la roba da mangiare, non ci si può muovere perché non si trova la benzina, e tu dici che vuoi dialogare senza pressioni. Bravo, tanto le pressioni ce le abbiamo noi, ogni giorno, e son pressioni mica da poco mettere insieme il pranzo con la cena, rimpiango i tempi in cui si zappavano patate e rivoluzione. Ma lasciamo stare la politica che fa pure freddo, abbiamo toccato zero gradi, non era mai successo in quest’isola di merda, proprio adesso che Maduro non c’è più e il petrolio ce lo mandano solo i messicani. Lasciamo stare la politica, che è meglio. Parliamo d’altro.

Eccomi qui, che ho preso il posto di mio padre, ricordo i tempi della ribellione, adesso 46 anni, una laurea in letteratura che non serve a un cazzo, una donna sposata quindici anni fa e due figli che mi fanno uscire di testa. Daniel è il più piccolo, ancora lo domo, dodici anni, fa la scuola media, ma con Addys non ce la faccio proprio, a quindici anni si sente donna, appena esce dal liceo passa le giornate con gli amici, la vedo rientrare che comincia a far buio. “Carmen, fai attenzione a tua figlia” - dico di tanto in tanto - “mica mi piace la vita che fa”. “È anche tua figlia”, risponde lei senza badare più di tanto a quel che dico. Non attacca più il discorso di mio padre che la figlia è della madre e il figlio del padre, adesso dicono che siamo tutti uguali, rotture di coglioni unificate. E insomma, tanto la vita all’Avana si sa come va, siamo qui che la facciamo passare, per fortuna lavoriamo poco, non serve a molto, inventiamo è la parola giusta, passiamo il tempo a inventare come sopravvivere. Il mio amico Luís sono anni che progetta la fuga ma non scappa mai, ogni giorno lo vedo alla fonda dietro casa, beviamo birra da poco e pessimo rum bianco, lui mi racconta l’ultimo progetto di zattera o la carta d’invito che una parente in Svezia gli dovrebbe mandare. “Poi resto a Stoccolma e chi s’è visto s’è visto!”, conclude. Certo, sembra vero anche a te, penso. E il freddo sotto zero, il buio per sei mesi all’anno, il fatto che dovresti lavorare per vivere, il carattere di merda della gente, dove li metti? Non glielo dico, lo tengo per me, tanto lo so che Luís fa progetti per ammazzare il tempo, mica se ne va, dice tanto per dire, per far vedere che lui vorrebbe cambiare, pure se in fondo gli va bene aspettare i pesos dalla Svezia, invece di andarci a vivere. Un po’ di coerenza, per Dio! Io non l’ho mai detto di voler scappare, quando mi andava bene con la letteratura - sempre che sia stata letteratura quel che scrivevo - mi arrivava qualche euro dall’Italia e mi stava bene, adesso pare che anche lì le vacche siano magre e si debba scrivere per passione. Ma io per passione scopo, ho detto al camajan l’altro giorno. Tu per passione scrivi? A ognuno il suo. Se devo scrivere per niente preferisco stare sul divano e vedermi il faccione di Díaz Canel che ci prende per il culo e parla di resistenza all’imperialismo. Tanto, detto tra parentesi, la resistenza la facciamo noi, lui è parecchio bravo a fare il finocchio col culo degli altri. Ha imparato da Fidel, ma come allievo non è tanto sveglio 

L’Avana 6 febbraio 2026

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