La Cuba di Alejandro - Il ritorno di Alejandro
Qualcuno mi scrive ogni tanto, ma non una lettera di carta, mi mandano una mail, un messaggio wzap, pure a Cuba ci siamo aggiornati, abbiamo telefonini iperconnessi e persino l’wi-fi. Tu pensa, ai tempi che scrivevo era difficile anche telefonare, mandare le cose da tradurre al marito di mia cugina, cercare di farsi leggere e rispettare le scadenze. Non scrivo più, son successe tante cose, adesso non son mica uno studente, ho una casa in Centro Avana, una moglie, un paio di figli in giro per una capitale in abbandono, e poi vado per i cinquanta, cazzo. E non ho ancora deciso cosa fare da grande. Scrivere no, quello mi vien male, non è cosa. Mi hanno preso per il culo un po’ tutti in questi anni - da Fidel a Yoani -, ma io resto qui, ho visto passare Raúl (e chi l’ammazza?) e Díaz Canel (c’è sempre), provo nostalgia del passato, persino di Abel Prieto e Juantoreña, ché almeno uno scriveva racconti e un altro correva come un razzo, toglieva il fumo alle schiacciate. Ma qualcuno mi manda messaggi, ricorda che ero forte - come la raccontavi te Cuba non c’è più nessuno! -, si scompisciavano dal ridere leggendo le mie storie a base di froci e puttane, di comida che manca e dissidenti con la pancia piena. Adesso ce ne sarebbero di cose da scrivere, ma è la voglia che manca. Qui siamo alla frutta - con l’acqua alla gola suggerisce il camajan che mi traduce, lui se la dice bene con i modi di dire -, ci hanno tagliato i tubi del petrolio, quel coglione di Maduro s’è fatto beccare di notte col pigiama e la moglie che gli correva appresso. Trump fa le cose sul serio, pare, per le strade di questa cazzo di città lo invocano - sottovoce, certo, non siamo mica diventati coraggiosi, un parente all’estero ce l’abbiamo tutti - , scrivono cazzate sui muri, vogliono il Salvatore. Passare da Fidel Castro e i Barbudos alla rivoluzione delle milizie Ice per le strade di Cuba. Abbiamo perso il capo. Sarà perché stiamo senza energia elettrica dieci ore al giorno e ci va tutto in vacca, anche le poche idee che passano per il capo, tutto imputridisce. La merda è la sola cosa che abbonda - per strada, accatastata a bordo marciapiede -, nessuno la raccoglie, dice che non ci sia benzina per far muovere i furgoni degli spazzini. Giorni indietro faceva persino freddo, tirava un vento gelido che non vi dico, un frente frio, dodici gradi all’Avana non s’era mai sentito, le onde tracimavano il Malecón e finivano per strada. E io me ne stavo in casa, stravaccato sul divano, un po’ come adesso, che mia moglie è in cucina a inventarsi la cena, traffici da fare non ne trovo, turisti ne passano pochi, tra epidemie di dengue e cazzi vari, luce e benzina scarseggiano anche per loro. Tutti i miei sigari fasulli e il rum fatto con l’alcol non so che farne, le ultime bottiglie le avevo colorate pure bene, sembravano añejo. Vedo file di diverse quadre al distributore dalle parti di Centro Avana, chissà con quali soldi pagheranno il pieno. E poi fatti venire la voglia di scrivere, mi dicono, l’ultimo libro pubblicato l’avranno letto in dieci, parlava di Cabrera Infante, mi pare. Non sono più i tempi di Vita da jinetera, avevo vent’anni e credevo di spaccare il culo al mondo, adesso è soltanto il tempo di fare una vita di merda. Poi, se mi torna la voglia, poco a poco ve la racconto. Ma non garantisco niente. Per il momento dormo.
Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, 1979) esordisce in Italia con Machi di carta - confessioni di un omosessuale (Stampa Alternativa, 2003), definito un delicato e intenso romanzo di formazione da Mario Fortunato su L’Espresso. Seguono: La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2004), Vita da jinetera (Il Foglio, 2005 - nuova edizione ampliata con il racconto Ricordando Hemingway, 2011), Cuba particular - Sesso all’Avana (Stanpa Alternativa, 2007), Adiós Fidel - All’Avana senza un cazzo da fare (Racconti 2003 - 2008) (Il Foglio, 2008 – 2a edizione A.Car, 2008), Il mio nome è Che Guevara (Il Foglio, 2008 – 2a edizione A.Car., 2009), Mr. Hyde all’Avana (Il Foglio, 2009), Il canto di Natale di Fidel Castro (Il Foglio, 2010), Caino contro Fidel – Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole (Il Foglio, 2014), Mister Hyde all’Avana (Il Foglio, 2016). Alcuni racconti di impronta politico-esistenziale sono stati pubblicati da quotidiani e riviste come Il Tirreno, Tellusfolio, Il Messaggero, La Comune, Container, Progetto Babele, L’Ostile e Happy Boys. Gordiano Lupi è il traduttore e il titolare per lo sfruttamento dei diritti sulle sue opere in Italia e per l’Europa.


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