La Cuba di Alejandro -. Lettera a Miami
Un vecchio racconto, di quando ero giovane e credevo nel valore salvifico della letteratura. Sono passati 26 anni e cosa mi resta?
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L’Avana, 4 agosto 2000
Anno del quarantesimo anniversario della decisione di “Patria o Morte”
Caro Pablo,
chissà per quale motivo mi è venuta improvvisa la voglia di scriverti. Forse perché confinato in quest’isola, che un tempo è stata anche la tua casa, sento che sono troppe le cose che non vanno e probabilmente mi manca la compagnia d’un vero amico.
Le altissime palme dal fusto esile e il profumo intenso dei fiori rossi del flambojant, scenografia consueta di colori dove corre la mia vita, non bastano a ingannare la solitudine, anche se non coltivo più la speranza di raggiungerti e mi sono rassegnato a morire tra le cose di sempre. Però mi aiuta a sopravvivere ricordare il passato. Mentre scrivo rivedo due ragazzini sorridenti guardare con fiducia al domani e penso che la vita non è stata sempre così dura.
Non rammento neppure da quanto tempo non ti scrivevo, ma ieri mi sono messo a pensare al passato e Dio solo sa quanto faccia male guardarsi indietro quando si è vecchi. È stato allora che ho trovato, in un solo istante, un’infinità di motivi per prendere in mano la penna e scrivere. Ragioni del cuore inconfessabili, momenti di vita composti di dolore e rimpianto, soprattutto rimorso, quello di non averti seguito.
Ricordo ancora quando partisti su quella zattera malmessa, fabbricata con travi di legno.
“Vieni con me” dicevi “cos’hai da perdere?”.
Molto avevo da perdere, amico mio.
Le cose in cui credevo, innanzi tutto, una patria costruita anche con la mia fatica, gli anni della Sierra.
Tutto questo non mi sembrava poco e non ti ho seguito, perché allora credevo davvero che potesse cambiare.
Mi avevano illuso. Ci avevano illusi.
Il periodo speciale sarebbe durato poco e presto avrei nuovamente arrostito il maiale sulla fiamma, per servirlo nei giorni di Natale. E non ti ho seguito.
Lo confesso, avevo anche un po’ di paura e non solo degli squali che infestano l’oceano. Il capitalismo, che mi hanno insegnato a temere sin da bambino come il peggiore dei mali, non era da meno.
Sono rimasto qua, a Toyo, nella mia vecchia casa d’un condominio cadente, resa decrepita dall’incuria di anni e tormentata dai tornados. Da queste strade di periferia non è mai passato il papa e i turisti ci capitano solo per sbaglio. Allora perché sistemare i palazzi? Il denaro dello stato serve a costruire alberghi e piscine, oppure villaggi per ricchi stranieri in vacanza, dove attraccano le loro imbarcazioni e prendono a schiaffi la nostra miseria. Noi cubani non siamo abituati al lusso e deve bastarci un tetto sopra la testa, perché del superfluo sappiamo fare a meno.
Il mio appartamento è il solito. Un paio di stanze buie a piano terra, davanti a un cortile sporco e dissestato, dove corrono bambini e si consumano amori.
È questa la mia vita, caro Pablo.
Quella di sempre.
Ricordi quando da ragazzini andavamo a pescare sul parapetto del Malecón e facevamo il bagno, tuffandoci dalle scogliere che si affacciano prepotenti nell’oceano? In quel tempo L’Avana era nostra, perché non l’avevano ancora venduta ai turisti. Non dovevamo vedere le nostre donne a passeggio con gli stranieri e la giostra delle jineteras fuori dei grandi alberghi era di là da venire. Adesso non ricordo neppure da quanti anni non mi spingo sul Malecón. E non solo perché sono vecchio e stanco. Voglio restare con il ricordo di quello che era e non aprire gli occhi su ciò che è diventato, perché spesso è più dolce continuare a sognare che vivere.
Rammento i pericoli che abbiamo corso e le lotte per le nostre idee. Perché erano nostre quelle idee, vero?
Le notti passate a ballare, dopo il trionfo della Rivoluzione. La birra e il rum a tenerci allegri e quelle giovani donne, che ondeggiavano i fianchi in rapidi movimenti di salsa.
Il rum ha ancora il potere di non farmi pensare e lo bevo con generosità, come sempre, le donne invece non fanno più per me.
Che vuoi, sono soltanto un povero vecchio, un relitto d’un mondo che sta scomparendo e soprattutto non ho più nessuno accanto.
Maria è morta. Mia figlia è scappata con uno straniero.
Storie comuni da noi, ormai.
Storie che ci fanno restare sempre più soli.
E mi ritrovo a scriverti, anche se so che questa mia lettera non ti arriverà mai, perché leggono tutta la corrispondenza indirizzata a Miami e la distruggono.
Mi piacerebbe dirti che hai fatto male a fuggire, come sarei felice di poterlo dire anche a mia figlia, che non vedo da anni e riesco a sentire solo per pochi minuti al telefono, di tanto in tanto. Costa molto chiamare L’Avana dalla vecchia Europa e lei lo fa sempre meno.
Ha un bambino e un marito, che dice di amare.
Io so soltanto che non potrò mai vederlo quello che dicono sia anche mio nipote e penso sconfortato che avete avuto ragione voi, perché è vero che questo paese non ha un futuro e che a crescere qui un bambino ci vuole troppo coraggio, perché non si sa più cosa insegnare.
Perdiamo i valori d’un tempo, truffiamo, nessuno lavora.
Rubare allo Stato è l’unica cosa che sappiamo fare per tirare avanti. E non c’è peggior cosa che non avere fiducia e lasciarsi morire, come io sto facendo.
Adesso ti saluto perché è tardi, amico mio.
È tardi e si deve spegnere la luce, perché il risparmio energetico ce lo impone. Fidel lo ha detto anche ieri alla televisione: “Siamo rimasti soli, ma non ci faremo sconfiggere dagli imperialisti”.
Purtroppo è da tempo che abbiamo perduto.
E il sogno di tutti i cubani è fuggire.
Rimpiango soltanto di averci creduto, amico mio.
Rimpiango soltanto di non averti seguito su quella zattera malferma, alla deriva del nostro futuro.
E nonostante tutto ti saluterò come sempre, come ci hanno insegnato a fare a scuola, non tanto per abitudine, quanto perché vorrei davvero continuare a crederci a quelle meravigliose parole.
“Hasta la victoria, siempre”
Tuo Manolo

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