La Cuba di Alejandro - Morire per la patria
Morire per la patria è vivere,
canta la Bayamesa. Adesso lo canta anche Cabeza
blanca. Morire per la patria è
semplicemente morire, scrive un piccolo scrittore cubano, soprattutto quando è
inutile. Morire adesso, per questa patria, è da fessi, aggiunge il solito
scrittore che vive in Centro Avana, tra i bidoni di spazzatura ricolmi e il puzzo
di merda agli angoli delle strade. I cubani morirebbero per difendere la patria
da un’invasione statunitense, dice Cabeza
blanca. A parte che non accadrà mai una cosa simile, non ci sarà nessuna
invasione, Marco Rubio sa bene come colonizzare Cuba in modo indolore. In ogni
caso non so da dove ti venga tutta questa certezza sull’ardore guerriero dei
cubani rimasti a vivere sull’isola. Un’isola che si spopola, gente che scappa,
carceri pieni di dissidenti, persone che muoiono di fame e che passano le
giornate tra un apagón e l’altro. Cabeza blanca sostiene che tutti morirebbero
per difendere la patria. Una patria che costringe i suoi figli a scappare. Una
patria che non permette di lavorare per vivere. Una patria che non garantisce la
sopravvivenza. Una patria matrigna, ormai da troppo tempo. No che non
morirebbero per la patria, dammi retta. Non è la patria di José Martí, non è la
patria della Bayamesa, non è la patria di Playa Girón e del trionfo della Rivoluzione.
È una patria che nasce sulle ceneri d’una Rivoluzione che profuma di
fallimento, come il caffè d’un racconto di Sepulveda letto troppi anni fa per l’esame
di letteratura sudamericana. Anche il nostro è un fallimento d’amore, perché questa
patria l’abbiamo amata davvero, come abbiamo avuto un sogno rivoluzionario che
voi avete distrutto. Non ti resta che lasciare il posto, Cabeza blanca. Passar di mano
e aspettare, come cantava Julio Iglesias. Oggi lo vedo più adatto della
Bayamesa.
15 aprile 2026
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