La Cuba di Alejandro - La trattativa di Cabeza Roja

 


Adesso Cabeza Roja punta il dito contro un vecchio. 

Lo chiama criminale davanti alle telecamere del mondo.  

È vero. Raul Castro, ministro della difesa di un’isola stanca,  

trent’anni fa ordinò ai suoi MiG di falciare il cielo.  

Caddero due Cessna. Dentro c’erano quattro uomini.  

Americani. Si facevano chiamare Hermanos al Rescate.  

Ma per L’Avana erano solo invasori,  

mosche cocciute sullo spazio aereo di uno Stato indipendente.  

La storia, come sempre, dipende da dove metti i piedi per guardarla.


Ora il baratto è apparecchiato sul tavolo dell’Impero.  

Io ti do una cosa, tu mi dai una cosa.  

Ecco cento milioni di dollari, li chiamiamo aiuti umanitari,  

hanno il profumo buono del pane e delle medicine.  

In cambio vogliamo una testa. Una testa sola.  

Quella di un Castro. Il capro che espia per tutti,  

per il socialismo, per la miseria, per l’embargo,  

per sessant’anni di foto in bianco e nero.


E così, popolo comunista, ti diremo che sei assolto.  

Lavato. Benvenuto alla corte dell’Imperatore.  

Potrai sedere alla sua destra,  

accanto al bullo che oggi dorme alla Casa Bianca.  

Ti daremo jeans, Coca Cola e il permesso di dimenticare.  

Dimenticare chi eri quando avevi fame, ma non avevi padrone.


Marco Rubio aspetta solo un cenno.  

Ha già la valigia pronta, il rosario in tasca e la portaerei  

ben piantata nel blu, a poche miglia da Malecón.  

Dice: il popolo ci chiama. Il popolo vuole la grande madre americana.  

Il popolo, in verità, vuole solo un piatto di riso senza tessera,  

un figlio che non scappi col gommone, una vita normale.  

La normalità è l’oppio dei popoli senza più ideologia.


Da lontano gridano la Cina e la Russia.  

Dicono che i problemi non si risolvono con la forza.  

Da che pulpito, Signore, viene la predica.  

Hanno le mani sporche dello stesso sangue,  

solo che il loro impero ha un altro nome.  

Ma state tranquilli: non muoveranno un soldato.  

Non si fa una terza guerra mondiale per salvare  

un Castro e il suo regime di vecchi e di fantasmi.


E a noi, poveri cubani, figli di nessuno,  

non resta che sedere sul ciglio della strada.  

Aspettiamo. Aspettiamo un infernale Godot  

che arriva con la bandiera a stelle e strisce.   

Non porta la libertà. Porta solo un cambio di catene.  

E noi lo sappiamo. Eppure aspettiamo lo stesso.  

Perché la fame è più forte dell’orgoglio,  

e l’orgoglio, qui, è l’unica cosa che non si può mangiare.




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